Il luogo14 luglio 2026

Il mulino di Santa Libera, una perla del 1526

A poche pedalate dal centro di Santa Giustina, la roggia muove ancora una ruota che macina da cinque secoli. Storia di un'archeologia industriale viva, e della gente che l'ha tenuta in piedi.

Redazione il Veses con assistenza AI·5 min di lettura· 4 fonti verificate

C’è un rumore, a Santa Libera, che non è cambiato dal Cinquecento: quello dell’acqua della roggia che incontra il legno della ruota. Il mulino compare nei documenti nel 1526 [1], quando le rogge di Santa Giustina erano la spina dorsale produttiva della campagna: muovevano macine, magli e segherie, e attorno all’acqua si organizzava il lavoro di intere contrade [2].

Di quel sistema, il mulino di Santa Libera è il testimone più intatto. La struttura che si vede oggi conserva l’impianto originario: la ruota verticale, le macine in pietra, le tramogge di legno consumate da generazioni di mani [3]. Non è un museo fermo: è un ingranaggio che ancora gira, curato da chi ha deciso che questa storia non doveva fermarsi.

Il mugnaio non misurava il tempo con l’orologio, ma con l’acqua: quando la roggia rallentava, rallentava il paese.

Arrivarci è facile, ed è forse il modo migliore per capire il posto: la strada bassa da Santa Giustina segue ancora il disegno delle rogge, tra campi e filari, e il mulino compare all’improvviso, dietro una curva che sa di altri tempi [4].

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