C’è un rumore, a Santa Libera, che non è cambiato dal Cinquecento: quello dell’acqua della roggia che incontra il legno della ruota. Il mulino compare nei documenti nel 1526 [1], quando le rogge di Santa Giustina erano la spina dorsale produttiva della campagna: muovevano macine, magli e segherie, e attorno all’acqua si organizzava il lavoro di intere contrade [2].
Di quel sistema, il mulino di Santa Libera è il testimone più intatto. La struttura che si vede oggi conserva l’impianto originario: la ruota verticale, le macine in pietra, le tramogge di legno consumate da generazioni di mani [3]. Non è un museo fermo: è un ingranaggio che ancora gira, curato da chi ha deciso che questa storia non doveva fermarsi.
Il mugnaio non misurava il tempo con l’orologio, ma con l’acqua: quando la roggia rallentava, rallentava il paese.
Arrivarci è facile, ed è forse il modo migliore per capire il posto: la strada bassa da Santa Giustina segue ancora il disegno delle rogge, tra campi e filari, e il mulino compare all’improvviso, dietro una curva che sa di altri tempi [4].